Celti e druidi, depositari degli antichi saperi della natura

Peinture des grottes de Lascaux II, Dordogne (24).

Fin dai tempi antichi, il culto degli animali era prerogativa per le popolazioni nomadi che vivevano principalmente di caccia. Ne sono una testimonianza le grotte, come quelle di Lascaux nella Francia sud-occidentale, che dal paleolitico ospitano pitture di animali (cervi, orsi, stambecchi, cavalli, bisonti, pesci, felini, uccelli, ecc.) e che dimostrano la loro straordinaria importanza, poiché fonte di sostentamento e di sopravvivenza. Proprio questa funzione primaria, di risorsa per la vita, ha spinto l’essere umano di quei tempi e stabilire un legame profondo con gli animali, tanto da trasformarlo in un vero e proprio culto che andasse al di là della caccia fine a se stessa.

Un esempio significativo è quello delle popolazioni della Siberia, le quali erano prevalentemente formate da cacciatori e quando facevano fatica a rintracciare delle prede, ricorrevano all’aiuto dello sciamano che era in grado di conoscere la causa di queste difficoltà. La maggior parte delle volte si trattava di un cacciatore che aveva scatenato l’ira di uno spirito, uno spirito maestro, signore degli orsi o delle renne. Lo sciamano in seguito era chiamato a supplicare lo spirito di liberare le prede e permetterne nuovamente la caccia, creando così una relazione di scambio tra il mondo degli uomini e quello animale, che fosse il più pacifica possibile e votata alla condivisione del territorio nel rispetto dell’equilibrio della natura.

Anche i Celti erano popolazioni che vivevano in parte di caccia. Presso di loro sono numerose le raffigurazioni di animali in oggetti di uso comune e monete e altrettanto numerose appaiono nelle leggende celtiche d’Europa, prezioso patrimonio folkloristico che ci viene tramandato dai luoghi in cui essi abitavano. Tuttavia, quando consideriamo la sacralità degli animali per i Celti, dobbiamo ricordarci di prendere in esame che essi erano l’espressione della cosmologia di un’intera religione e infatti, molto spesso, la maggior parte degli animali è connessa a divinità specifiche dei loro pantheon. Non bisogna però dimenticare che la rappresentazione di icone animali e di déi, risalgono a un’epoca celtica più tarda, in cui vi era già stato un incontro con la cultura greca e quella romana, le quali avevano introdotto la rappresentazione delle divinità attraverso statue e dipinti, non considerata usanza presso i Celti più antichi.

La connessione che i Celti dei primordi avevano con il mondo animale era quindi molto più legata al potere della Terra e ai suoi aspetti divini, incarnati il più delle volte dagli animali stessi. Pareva inoltre che le tribù, per distinguersi le une dalle altre, scegliessero un animale che potesse contraddistinguerli, un totem di identificazione, un protettore spirituale del popolo di appartenenza, che certamente veniva trattato con grande rispetto e devozione. Affermare però che il culto dei Celti si limitasse a una semplice adorazione degli animali in senso stretto è riduttivo. Essi infatti consideravano gli animali come una manifestazione del divino, esattamente come gli alberi e tutta la natura di cui erano consapevoli di fare parte, ovvero la manifestazione di un essere immanente e presente in ogni particella dell’universo. Per i Celti era importante la coabitazione dei luoghi con animali e piante che mantenesse l’equilibrio naturale delle cose sul Pianeta.

Ma gli animali sono anche delle potenti guide nel mondo degli spiriti. Infatti gli sciamani e gli uomini medicina di tutte le culture si avvalgono del dialogo con gli spiriti durante le loro sessioni di guarigione, e questi stessi spiriti sono spesso animali in grado di sostenere il potere dello sciamano, oltre che proteggerlo e accompagnarlo nei suoi impervi viaggi nelle realtà dello spirito. Alcune iniziazioni prevedono addirittura l’apprendimento di un “linguaggio degli animali”  che lo sciamano deve sapere padroneggiare per poter essere più efficace nella sua pratica.

Per i Celti, i mediatori con la realtà degli spiriti erano i druidi, sapienti sacerdoti e filosofi che camminavano tra i mondi, veggenti ed esperti conoscitori delle leggi della natura. In gaelico, lingua che appartiene al gruppo linguistico delle lingue celtiche, la parola druid dhubh, in italiano merlo, significa druido nero ed è singolare che questi uccelli sappiano produrre una grande quantità di canti e suoni e che abbiano un’ottima padronanza della comunicazione, proprio come avranno certamente avuto i druidi, che per loro funzione avevano la necessità di rapportarsi con il prossimo, comunicare, mediare, ma soprattutto insegnare, poiché ricordiamo che tramandavano i loro insegnamenti ai druidi più giovani e inesperti solo ed esclusivamente per via orale. Se la saggezza e la sapienza dei druidi veniva attinta dalla natura, doveva quindi certamente provenire anche dal mondo animale, oltre che da quello vegetale. Di conseguenza nelle pratiche druidiche che prevedevano il viaggio nel mondo degli spiriti, gli animali avranno sicuramente svolto un ruolo incisivo e importante.

Anche il simbolo svolge una considerevole funzione nella cultura celtica, infatti se ad ogni tribù associavano un animale, ve n’era uno abbinato anche ai vari ruoli che la gente celta possedeva all’interno della propria società, ecco quindi che il cinghiale diventa il simbolo che rappresenta la funzione dei druidi, l’orso il sangue reale, il lupo i guerrieri, il cigno i messaggi dagli spiriti e così via. Ma il simbolo ha il potere di contenere la memoria di una cultura e di tramandarla per generazioni e dal momento che i druidi lo facevano oralmente e che i loro insegnamenti provenivano dalla natura e anche dal mondo degli animali, si può ipotizzare che utilizzassero i loro simboli per conservare la memoria della loro grande conoscenza e renderne più semplice l’insegnamento oltre che l’apprendimento. Questo fa degli animali e dei druidi i custodi spirituali del sapere delle terre d’Europa, i custodi della loro memoria, di cui ancora oggi ci raggiungono gli echi.

Ma chi erano i druidi? e quale il loro ruolo?

Fin dai tempi antichi, la figura del druido è stata vista e considerata con grande ammirazione. Molti sono stati gli storici greci e latini a menzionarne le doti, tra cui Cesare, Cicerone, Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio, Strabone e molti altri ancora.

Ma chi erano i druidi in realtà? Certamente erano figure importanti per le popolazioni celtiche. Erano uomini saggi, a cui veniva dato grande rispetto per la loro conoscenza delle leggi della natura, delle scienze umane e di quelle divine, filosofimaestri d’arte e dell’insegnamento, medici detentori dei saperi delle erbe e della guarigione, poeti e musici in grado di tessere intrecci di parole, storie, racconti e leggende, indoviniprofeti e mediatori della realtà dello spirito capaci di evocare l’ispirazione sacra, per ottenere messaggi divinatori e comunicare con i poteri dell’universo e infine custodi della tradizione del loro popolo, tramandata solo ed esclusivamente attraverso l’oralità.

Alcuni ritengono che fossero una casta sacerdotale votata a culti simili a quelli misterici diffusi in Grecia e a Roma, altri invece che avessero avuto contatti con i Pitagorici, i quali avrebbero imparato da loro l’arte filosofica. Tuttavia, la scarsità di fonti scritte con ritualità e dottrine precise o statue, ha portato gli studiosi a credere che la loro religione fosse semplicemente votata all’adorazione delle forze della natura con un culto totemico e che i druidi non fossero una casta sacerdotale strutturata, bensì semplici sciamani delle società celtiche. Certamente possedevano grandi capacità e un infinito sapere, tanto che venivano definiti uomini dalle molte arti.

Per quanto mi riguarda, nella mia esperienza, posso dire che ciò che è un druido non lo si può trovare nei libri. Il sapere contenuto in essi, infatti, può essere da guida, può dare una direzione, ma potrebbe allontanare dalla verità, o meglio attraverso i libri potrai sapere cos’è un druido, ma non lo potrai comprendere, farne esperienza con la coscienza e non lo potrai sentire.

Spesso mi immergo nella natura e mi metto in profondo ascolto e mi sorprendo ogni volta della moltitudine di forme in cui essa si esprime, il fruscio delle foglie, lo scuotersi dei rami, lo scrosciare del torrente, la frescura dell’aria e il calore del sole sul viso. La natura parla, comunica e allo stesso tempo è silenziosa ed è in quel silenzio che cerco il significato dell’essere druido e lo sento nel respiro, nel canto degli uccelli, nella sintonia con l’universo.

In quei momenti sono in comunione con la vita e il mio cuore si riempie di bellezza e ispirazione, tutto mi appare più luminoso e lucido, più vero e so, ma soprattutto lo sento e comprendo con chiarezza perché gli antenati druidi non ci hanno tramandato nulla di scritto dei loro antichi saperi. Poiché non c’era bisogno di trascriverli da qualche parte: tutto era ed è custodito nella natura e nella semplicità dell’essere.

Le terre in cui vivo e molte terre d’Europa sono ancora impregnate e vibranti di quell’antica saggezza druidica, di simboli e di tutto il sapere che ora più che mai serve all’uomo moderno, una saggezza dimenticata e passata ma sempre più presente che potrebbe aiutarci a ricordare come prendersi cura della Terra e della sua immensa bellezza.

Alberto Fragasso

Bibliografia:
Pietro Scarduelli, Sciamani, stregoni, sacerdoti, Sellerio, Palermo, 2007
R.J.Stewart,Celtic Gods, Celtic Goddesses, Blandford, Londra, 1990
Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, Roma, 2005
Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino, 2007

Jean Markale, Il druidismo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1991
Venceslas Kruta, I Celti, L’ippocampo, Milano 2007

Immagini: 1. Grotte di Lascaux, Francia sud-occidentale 2. Moneta d’oro fatta coniare da Vercingetorige intorno al 52 a.C 3. Merlo, (Turdus merula), uccello della famiglia dei Turdidi 4. Merlino, di Gustav Doré