Virus e relazioni: ricordare le innumerevoli possibilità umane di interagire

In quest’ultimo anno la rete delle relazioni che connette tutti gli esseri viventi si è frantumata: è andata in pezzi a causa delle parole di molti, della ricerca del colpevole e del senso di colpa, di chi ha generato questa pandemia, di che cosa sia successo e della spasmodica ricerca della causa primeva. Tutto questo, e nello specifico il linguaggio usato e le parole, hanno contribuito a creare crepe e separazioni. Per non parlare dei dpcm, delle restrizioni e dei lockdown, che non hanno fatto altro, da un punto di vista sociale, se non creare compartimenti stagni, isole nelle proprie case, individui separati dalla matrice del mondo.

Sappiamo bene, tuttavia, che le isole sono comunque connesse e in relazione. Lo dimostrano le antropologie oceaniche che parlano di meravigliosi arcipelaghi in comunicazione tra loro fin dalla notte dei tempi; non solo dal punto di vista biologico, ma anche relazionale e culturale in un continuo scambio. Uno scambio come quello dei kula, un tipo di economia del dono tradizionale oceanico-polinesiamo che regge la rete di relazioni (per maggiori informazioni invito a leggere Adriano Favole, Oceania, isole di creatività culturale, Edizioni Laterza 2010, e anche se un po’ datato, il saggio di Malinowki, Argonauti del Pacifico occidentale, del 1922).

Lo scambio in questo caso è qualcosa su cui dobbiamo portare l’attenzione, poiché l’isolamento delle persone ha portato a un’interazione principalmente fatta della condivisione sui social-network, ovvero con un mezzo di scambio filtrato. In realtà noi tutti viviamo con dei filtri: nella nostra retina ne possediamo uno naturale, oltre a una mappa interna con cui le immagini del mondo filtrano nel bulbo oculare per interagire con il sistema nervoso che è un ulteriore filtro creato e composto dai conflitti vissuti nella nostra esistenza, dall’educazione ricevuta, dalle forme pensiero culturali e sociali a cui abbiamo aderito nella nostra biografia di vita.

Per cui già alla base noi osserviamo le cose con un filtro; senza considerare che ciò che trattiamo (i nostri sentimenti, i pensieri e i concetti che vogliamo trasmettere) viene messo in forma scritta sui social-network, ovvero dei mezzi di scambio contemporanei, che tuttavia risultano essere un luogo ricco e carico di spazzatura emotiva e di irrisolto sociale. Una discarica delle emozioni e una possibilità di dialogo che viene tuttavia erroneamente confusa per una pattumiera, molto spesso coperta da ulteriori filtri, come quelli di instagram.

L’obiettivo quindi è andare al di là di questi filtri, seguire il proprio cuore e trovare nuovi modi di scambiare, poiché ci troviamo in una situazione veramente drammatica dal punto di vista delle relazioni. Molte persone si sentono isolate anche quando stanno in mezzo alla gente. Il senso di solitudine ammanta e anche se da un certo punto di vista è vero, secondo il detto, che nasciamo soli e moriamo soli; si tratta tuttavia soltanto di una condizione della mente che si sente separata dal resto del mondo.

Considerando l’immersione in una coscienza più ampia, quella cardiaca, ci rendiamo conto che facciamo parte tutti di una rete di relazioni e che l’esperienza del SARS-cov2 è collettiva e non solo individuale come spesso hanno voluto farci credere i mass-media. Inoltre la soluzione non sta nell’isolarsi, ma nel creare forza, connessione, relazione e sostegno, tra gli individui e le persone.

C’è stato un meraviglioso gioco della ricerca al senso di colpa e al colpevole: un continuo botta e risposta, un lanciarsi la palla a chi potesse essere l’untore del virus; come nel caso della creazione di applicazioni per incutere timori e mettere etichette, che ha contribuito a generare ulteriore isolamento nell’isolamento in cui già eravamo immersi. Vari tentativi sono stati fatti alla cieca per cercare di individuare delle soluzioni. Isolarsi non è una soluzione. È solo apparenza, perché in realtà non siamo isolati da nulla; siamo letteralmente immersi in un mare di coscienza.

Secondo C. G. Jung, padre della psicologia analitica, la nostra psiche non è dentro di noi, ma siamo noi a essere immersi in essa, per cui non siamo fondamentalmente separati gli uni dagli altri, ma siamo connessi. Quindi ogni azione e parola ha una conseguenza nei confronti degli altri. Pensate a tutta l’informazione che è stata fatta dai media nell’ultimo anno, un continuo incutere timore (qui vi invito ad ascoltare il podcast Danzare con la Tempesta: Come Ritrovare la Quiete dopo la Tempesta Mediatica).

Ciò che dobbiamo fare è renderci impermeabili e allo stesso tempo essere spugnosi per lasciarsi impregnare dalla coscienza dell’essere e dalle possibilità. Ricordare le infinite possibilità che l’essere umano ha di espandersi, di conoscere, di realizzare e di fare scoperte e lasciarsi ispirare dalla coscienza del mondo, da uno sguardo, da un sorriso e da un abbraccio. Ricordare che l’interazione sociale non è qualcosa di cui dobbiamo avere timore, ma ciò che può salvarci la vita dalla depressione, dall’insoddisfazione e dalla mancanza di senso, che a questo punto possono uccidere molto di più di un virus. Questo è davvero molto importante sottolinearlo perché se ne parla poco.

Quando ci capiterà di trovarci di nuovo in cerchio a raccontare la nostra storia?

Osserviamo questo virus solo dal punto di vista di una scienza a cui mancano diversi arti, ma più di ogni altra cosa a cui manca un cuore. Una scienza dogmatica lontana dall’essere umano, che ne vede soltanto l’aspetto biologico.
La relazione con il mondo, lo spirito e la coscienza è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento. Empatia, gentilezza e ricostruzione delle relazioni sarebbe ciò su cui potremmo puntare, e indirizzare il nostro sguardo su questa visione, sul dialogo con il mondo, sul riconoscimento della bellezza, sul ricordo di quanto noi esseri umani abbiamo un grande potenziale. Il nostro corpo vibra ed è in grado di essere molto più forte di quello che crediamo.

Il nostro corpo è il corpo della Terra, è le rocce delle montagne, lo scorrere dell’acqua, il soffio del vento, il calore del fuoco o di un raggio di sole che ci accarezza il volto. È tutto questo e niente di tutto ciò, poiché in realtà forse anche quanto scrivo è una mera illusione. Un’illusione da attraversare per ricordare la vera essenza delle cose che va al di là delle immagini, del giudizio che ci siamo fatti, ma che risponde al fiore dell’esistenza.

«Inspiro ed espiro e ritrovo la mia libertà,
inspiro ed espiro e sono un essere libero,
libero di ricreare le relazioni con il mondo»

Alberto Fragasso

Leggi di più:
Biologia dello spirito: la coscienza di un virus
I morti non visti, quando chiudiamo gli occhi di fronte all’evidenza