L’unica vera mancanza è quella con l’Eterno

Nel mondo siamo otto miliardi di persone. Tutti parte di un unico grande organismo e cellule di quel ventre di una madre chiamata Terra. Otto miliardi di persone che vivono e che scambiano continuamente e quotidianamente aspetti di loro stessi, condivisioni che si prestano vicendevolmente aspetti di sé.

Da una prospettiva sciamanica può accadere che se due persone si vogliono molto bene, diano una fetta di sé all’altro; addirittura talvolta potrebbero scambiarsela come in una sorta di tacito patto, un equivoco dell’anima sostanzialmente, dovuto principalmente all’attaccamento.

Quando qualcosa ci dice che siamo attaccati fortemente a un’altra persone e quando questa si allontana stiamo male, allora è importante verificare che dentro di noi non ci sia un buco, un foro cavo nel quale possiamo entrare, come se ci insinuassimo in un grande tunnel dentro noi stessi, esplorandolo e andando alla fonte di quella cavità. E quando siamo nelle profondità di quel foro, all’interno, dentro; se c’è dell’oscurità, mandando amore e luce e si potrebbe scoprire che piano piano quella fetta di noi stessi che avevamo ceduto, ci viene restituita dal cosmo e dall’universo come parte integrante di noi, un vero e proprio recupero d’anima di un aspetto di sé. E quando questa fetta ritorna nel corpo anche noi diventiamo nuovamente integri, un tutt’uno; la nostra essenza è completa e in quello stato di forza capiamo che non abbiamo più bisogno di cedere degli aspetti di noi per trattenere l’altro o l’altra.

Qualunque sia il rapporto, la relazione che abbiamo con l’Altro in generale, che sia d’amore, di coppia, lavorativo; si tratta di forme della relazione, ruoli che agiamo o che atteggiamo nella vita quotidiana. Se stiamo nella completezza non abbiamo bisogno di cedere alcuna parte di noi, ma irradiamo la nostra essenza all’altro e possiamo stare nella nostra completezza con l’altro e viceversa l’altro può fare lo stesso con noi.

Può succedere tuttavia che se abbiamo vissuto esperienze traumatiche, parti di noi si siano allontanate. Succede infatti che da una prospettiva sciamanica che ogni volta che subiamo un trauma parte della nostra essenza si allontana per proteggersi dal dolore di quel trauma. Allora lo sciamano nel suo atto di cura, insieme alla forza dei suoi spiriti alleati, riconduce l’anima a casa e svolge quello che viene chiamato classico rito di recupero dell’anima, che ristabilisce l’integrità e il benessere, la forza primordiale nel corpo e nella vita della persona, che in questo caso poco prima del rituale non aveva una parte di sé. Quella parte in effetti le mancava.

Se subiamo un trauma infatti, sia esso progressivo o scioccante, è possibile talvolta che ci manchi un aspetto di noi o una parte di noi o che ci manchi semplicemente essere noi stessi. E quando ci manchiamo molto spesso proiettiamo questa mancanza verso l’altro, mandiamo un messaggio all’altro, dicendogli “mi manchi”, ma in questo stato di vuoto, quando ci manca una parte di noi e proiettiamo questa mancanza nell’altro, non ci manca davvero l’altro, bensì una parte di noi stessi e se siamo consapevoli di questo, allora riusciamo a ristabilire un equilibrio nelle relazioni.

Ma se osserviamo sempre da una prospettiva sciamanica, ogni aspetto di noi è parte di un grande cosmo al quale siamo tutti connessi, ma di cui ci dimentichiamo di fare parte. Per cui in realtà quando ci manca qualcuno o qualcosa profondamente è semplicemente la mancanza con il grande infinito, con l’eterno cosmico di cui tutti facciamo parte. Se stiamo dentro noi stessi, nel nostro corpo, non può mancarci niente. Se viviamo la nostra vita con la chiave della consapevolezza non ci può mancare nulla perché è tutto dentro di noi. Certo questo non significa che se desideriamo una persona nella nostra vita, o se vorremmo che una certa persone fosse presente nella nostra vita, per condividere, per scambiare, che non sia corretto esplicitarlo.

Si tratta di una questione di linguaggio infatti, poiché se ci sentiamo completi, forse vorremmo comunque condividere qualcosa con un’altra persona, ma in quel caso non si tratta di mancanza, si tratta di relazione e condivisione e quando diciamo «mi manchi» in realtà diciamo «ti voglio bene e desidero condividere con te del tempo e dello spazio». Alcune culture antiche, sciamaniche, invece di dire «mi manchi», semplicemente salutavano la persona con «sento che il mio cuore ti chiama» e tutto questo quindi ha un altro sfogo. Non proiettiamo più la nostra mancanza, ma ascoltiamo il nostro cuore e sentiamo che esso emana un magnetismo, attira. Il nostro cuore emana un suono, una chiamata che può essere quella chiamata della vita, all’abbondanza delle relazioni.

«Il mio cuore ti chiama», infatti, ricorda che tutto l’universo è ricco e abbondante di bellezza e che in realtà a noi non manca proprio nulla e che se tutte le volte ci ricordiamo che siamo parte di questa bellezza non sentiremo la mancanza di nessuno o di nulla, ma ci passerà attraverso solo un senso di grande appartenenza alle nostre relazioni e appartenenza significa abbondanza, coesione, la capacità di stare insieme di vivere a contatto con la Terra, con le memorie, i ricordi e con l’amore nel suo senso più unico, raro, incondizionato, ampio e profondo.

Vi auguro quindi che il vostro cuore chiami e che la prima chiamata sia quella nei confronti di voi stessi. Buon viaggio nei mondi interiori e che sia una chiamata limpida e luminosa. La chiamata dell’anima.

E così ci rimettiamo in cammino…

al prossimo viaggio…

Alberto Fragasso