L’Oran Mòr: il Grande Canto della Creazione celtica

Tutte le popolazioni native delle diverse culture del mondo possiedono un mito della creazione che preserva una tradizione sulle origini. Spesso questa storia è arricchita dal sistema di credenze del popolo e da riferimenti mitologici ed è la colonna portante che riporta alla spiegazione diretta dell’esistenza della vita, oltre ad essere uno strumento di identificazione nei grandi sistemi dell’universo. In molte culture, la cui sensibilità verso i mondi sottili è acuta (come quelle basate sulcontatto con la Terra, o la cultura buddista che ha una profonda consapevolezza delle energie sottili), troviamo nella loro cosmologia una storia sulla creazione e qualcosa riguardo una musica delle origini, come vibrazione, frequenza o ritmo, contenuta all’interno di tutte le cose.

Nella tradizione dell’India, per esempio, si rintraccia il concetto di Nada Brahma, che si traduce come «Dio è suono» o «il mondo è fatto di suono». Simile è ciò che accade tra i Nativi Americaniuomini medicina, i quali tramandano che la nascita della Terra e dei nostri stessi corpi non sono nient’altro che un’emanazione del battito cardiaco del cuore situato al centro dell’universo. Ma pur essendo presente in molte delle tradizioni che siamo soliti conoscere, come il Cristianesimo e l’Islamismo, alcune culture parrebbero non possedere una storia di questo genere. In molte occasioni è stato detto che le popolazioni degli antichi Celti non avevano un mito sulla creazione. Certamente dopo la cristianizzazione e la conseguente conversione alla “nuova fede”, si sono dovuti adeguare quanto più possibile agli scritti della Bibbia (il mito della Creazione contenuto nella Genesi), ma andando a sondare nella vecchia tradizione, prima delle influenze cristiane, non troviamo effettivamente un mito che possa soddisfare i nostri criteri.

Tuttavia come dice Frank MacEowen nel suo The Mist-Filled Path, è possibile che un popolo così legato alla Terra non avesse una visione cosmologica e nessun senso mitico della creazione del mondo, del cielo e del mare? Parrebbe molto paradossale. Infatti sembra che molti in Irlanda e inScozia credano che questo mito esista, tuttavia  non si tratterebbe di una storia scritta, o un racconto tramandato di generazione in generazione, bensì di un mito della creazione che in altre parole non potremo trovare al di fuori di noi stessi, perché noi siamo questo stesso mito.

Frank Mills, uno studioso di mitologia scozzese e irlandese, esprime la sua opinione in merito in una brochure sulle tradizioni celtiche affermando: «un mito sulla creazione tra i Celti non esisteva. Infatti non troveremo da nessuna parte un mito nella sua forma coesa all’interno della mitologia celtica, nonostante ciò, non significa che questo non esista. Anzi si direbbe proprio il contrario. La storia della Creazione Celtica è così primordiale e così intrinseca all’interno dei simboli mitologici celtici che essi non avevano bisogno di esprimerlo a parole». L’essenza dell’Oran Mòr (parola gaelica che letteralmente si traduce con «Grande Canto») è che si tratta di una storia che non può essere scritta, esposta, o totalmente articolata da un essere umano che si prodiga nel raccontare miti o leggende, ma soltanto dalla Creazione stessa. Per Tom Cowan, una ragione secondo cui la storia dell’Oran Mòr non sia mai stata scritta né tramandata dalla gente Celta è proprio perché questa è attualmente una canzone che continua a essere ascoltata, percepita ed esperita attraverso la sacra memoria e le celebrazioni: essa è la canzone del Creato.

L’importante insegnamento che c’è stato tramandato da questo Canto, direttamente dentro le nostre cellule e nel nostro DNA, è che noi siamo parte di questa Creazione, come parte integrante di un cerchio che si ripete, ma anche come co-creatori del mondo in cui viviamo. Dentro di noi c’è quella scintilla divina che esiste in ogni atomo dell’universo e come tale dobbiamo prendere consapevolezza di questo e non aspettarci che sia qualcun altro a creare per noi, ma responsabilizzarci ed essere in grado di fluire insieme all’Oran Mòr e creare con esso e con il Creato tutto.

L’Oran Mòr è un antico ritmo, un’ancestrale melodia che uno sente nel vento che spira tra le fronde, nel gorgoglio delle cascate di un ruscello, nel crepitio di un fuoco ardente. È un canto di guarigione, percepita nel sorriso di una nonna, nei sospiri di un amante o nella curiosità di un bambino. I bambini, in particolare, sembrerebbero comprendere l’Oran Mòr, loro ritornano per sentire l’antica melodia ancora una volta e si stupiscono chiedendosi perché il cielo sia blu o perché si formi un arcobaleno dopo la pioggia. Ma noi quando odiamo ancora il Grande Canto?  La luna e il sole sorgono e tramontano nel Canto. Le maree si innalzano e si abbassano nel Canto. Le cellule nel nostro corpo oscillano e respirano nel Canto e sicuramente anche il nostro primo respiro come l’ultimo inalato prima di morire sono stati e saranno nel Canto. Non c’è nulla che non sia immerso nell’Oran Mòr.

Frank MacEowen tuttavia spiega che molto spesso l’Oran Mòr si esprime in luoghi dove non penseremmo mai di trovarlo e questo potrebbe essere un problema. Considerando che la nostra è una società “visiva”, quando impariamo qualcosa siamo subito spinti nel cercarla per poterla vedere con gli occhi. Nonostante ciò, l’Oran Mòr ci spinge a riposare la vista e a risvegliare le nostre abilità e il nostro udito per sentire, ma soprattutto ascoltare. Probabilmente le popolazioni celtiche non avevano pensieri a riguardo, ma i loro sensi assorbivano continuamente il concetto che il mondo è suono. Ci sono moltissime cose a cui le persone non fanno caso, ma se soltanto porgessero le orecchie scoprirebbero che l’acqua che beviamo dalla bottiglia è il nutrimento del Creato, il cinguettio del merlo la mattina presto rimanda ad un sogno fatto la notte precedente, la foglia che cade sulla mano è la carezza dell’albero e la singolare ultima neve di marzo il saluto dell’inverno prima dell’avvento della primavera. Perfino il nostro respiro è suono connesso con lo sgorgare dei ruscelli tra le pietre di montagna o il soffio del vento al tramonto. Un facile suggerimento per riportare alla memoria l’Oran Mòr è chiudere gli occhi, fare tre profondi respiri e lasciarsi cullare dalla profonda consapevolezza che siamo tutti immersi nella continua creazione delle cose.

Alberto Fragasso

Bibliografia: Frank MacEowen, The Mist-Filled Path:Celtic Wisdom for Exiles, Wanderers, and Seekers, New World Library, California, 2002 Frank Mills “The Oran Mor a song for a fragmented world” da Celtic Cultures Conference, Leeds, England, 1999. Tom Cowan, “Rivercurrents” tratti dal journal su http://www.riverdrum.com.